#3 Dis Moi: il sapore dell’attesa (e del caffè)

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L’altra mattina mi sono svegliato e Guido era sparito. Dalla porta del bagno non veniva alcun rumore e anche in cucina si capiva benissimo che non c’era anima viva. Su due piedi ho pensato stesse correndo, ma appena giù dal letto ho intravisto una delle sue scarpe da corsa proprio davanti la porta di casa. Era poggiata su un fianco, nella stessa inclinazione in cui l’aveva lasciata il giorno prima, sfilandosela come faceva sempre: fissava contro il tallone la punta del piede opposto e poi tirava su la gamba, in un automatismo oramai collaudatissimo. E se la scarpa era lì, per forza allora non poteva essere andato a correre. Volevo capire, e in fretta. Così quello che ho fatto è stato andare in cucina.

C‘è una cosa che mi ha sempre affascinato dei momenti di panico, quando ti capitano: è la loro capacità di riconsegnarti un po’ alla volta frammenti di attimi più o meno insignificanti che ti stanno sfuggendo nel momento stesso in cui li abiti. Un po’ come fanno certe correnti marine coi resti di qualche naufragio. Di quella mattina, ricordo per esempio soltanto adesso la sensazione di piacere che mi derivava dal lento scivolare dei piedi nudi sul parquet chiaro e inaspettatamente tiepido dell’appartamento. Pochi passi, per vedere quello che immaginavo di trovare una volta lì: le uniche stoviglie ad asciugare sulla griglia rossa di fianco al lavabo, erano infatti quelle della sera prima. Guido non era in casa, e non c’era da chissà quanto tempo. Di sicuro non c’era stato quella mattina: l’avrei notato dal disordine. Che però non vedevo.

Cominciavo lentamente a stare male. A non capirci più niente. Perché quella era una mattina strana già dalla notte che ce l’aveva consegnata. Saranno state le tre, non lo so, so soltanto che faceva troppo caldo per come Parigi ci stava gradualmente abituando a sé. E dalla finestra che avevamo deciso di tenere aperta, malgrado le zanzare non avessero mai smesso di darci il tormento, cominciò ad entrare come una specie di musica triste, ma composta. Un pianto. Di donna. Rimasi a letto, fingendo di riuscire ad ignorare quel metronomo angosciato che arrivava dalla strada. Da dove ero io vedevo la sagoma di Guido poggiata su un fianco, scontornata di bianco dal riverbero di una luna che filtrava persino attraverso la tenda della camera. Non credo dormisse. Anzi ne sono sicuro. Perché quando sentì il rumore di una macchina arrivare nella via a senso unico che passava sotto la nostra finestra, arrivare e fermarsi proprio davanti al portone del palazzo di fronte al nostro, appena poco più sulla sinistra, ci mise un attimo a scattare in cucina. Dove dalla vetrata avrebbe potuto seguire meglio quello che stava succedendo a pochi metri da noi.

Credo arrivò persino prima che la donna bionda, alta e magra che vidi quando raggiunsi anche io la finestra ebbe cominciato a parlare con gli agenti della gendarmerie française appena arrivati sul posto. Non fu per niente facile capire cosa si stessero dicendo. Guido ed io eravamo a Parigi da troppo poco tempo per tradurre, a notte inoltrata da un pezzo, il dialogo sincopato tra una donna in lacrime e due poliziotti neri dall’aria incomprensibilmente indispettita. La sola cosa che intuimmo, fu che qualcuno mancava all’appello. E da come ne parlavano, la donna bionda e i tipi della gendarmeria nazionale, non doveva nemmeno essere la prima volta. Andammo a dormire, circa una quarantina di minuti più tardi, con la volante ancora parcheggiata sotto il palazzo di fronte al nostro, dando le spalle all’ingresso rischiarato dal lampione di un giallo che sfumava in fretta e che si alzava proprio sotto l’unica finestra ancora illuminata a quell’ora di notte.

E al risveglio, all’appello mancava pure Guido.

A pensarci adesso, mentre ve lo racconto, certo che ce ne sarebbero state di cose sensate da fare. Uscire e andare a cercarlo, per esempio, o quantomeno provarci: ecco, quello sarebbe stato già qualcosa. Ma non ho trovato niente in quel momento che mi sembrasse tanto opportuno quanto preparare e mettere sul fuoco la moka grande, aspettare non so ancora bene che cosa mangiando biscotti ai cinque cereali affacciato alla finestra, in attesa di un caffè che quella mattina, sarebbe stata l’unica cosa forte in quella casa.