#4 Dis Moi: l’illusione di un mite ritorno

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La pioggia smise solo quando infilai la chiave capovolta nella serratura del cancello in ferro che dava sulla stradina sotto casa. Avevo deciso che sarei andato a cercarlo, malgrado tutto, e per quanto la scelta si annunciasse da subito priva di qualsiasi logica. Voglio dire: a quel punto del pomeriggio Guido sarebbe potuto essere arrivato ovunque. Senza contare che siamo a Parigi. Avrei potuto impiegare una vita, e tornare comunque a mani vuote. Ma andai lo stesso, perché tanto a starmene fermo in quelle quattro mura che oramai conoscevo a memoria, a starmene lì, da solo, come forse non ero ancora preparato ad essere, non sarei comunque riuscito a pensare ad altro. Ad altro, voglio dire, che non a dove avrebbe potuto essersi cacciato quel coglione. E sarei stato peggio. Anzi, non sarei stato proprio. Così andai. Lasciando che fosse l’istinto a farmi da bussola, a decidere l’orientamento, a coordinare il passo.

Il quartiere dove abbiamo trovato casa è una specie di montagna russa del piacere: dal piccolo gioiello, alla merda totale. Camminando, in tre minuti può capitarti di incrociare un edificio del tardo Ottocento, un plesso residenziale che ci vuole un po’ a distinguerlo da una serra in abbandono, a un covo di senzatetto ubriachi che biascicando bestemmie si mettono in pari con Dio per il torto subito.

Non l’avevo mai vista così bene la nostra zona. Eppure fino a quel giorno avevo sempre creduto d’averlo fatto. Un sacco di volte da quando ero lì. Sarà che per quanto mi fossi convinto di averla girata a fondo, alla fine devo aver battuto sempre le stesse strade. Un po’ come faccio nella vita. Così alla sconfitta di un fallimento praticamente annunciato –  perché mettersi a cercare una persona in una città del genere può voler dire solo quello – si aggiunse presto anche l’amarezza tipica di quando realizzi che ci sei cascato di nuovo. Eccomi la: da meno di un mese a Parigi e già schiavo di certi affinati automatismi. Ed è così che si muore un po’ alla volta, come dice sempre Guido: vivendo in quel modo lì. Una regola che io però, evidentemente, ancora non avevo capito.

Camminai non lo so quante ore. Quattro, cinque forse. Inseguendo per tutto il tempo l’illusione mite di vedermelo sbucare da un momento all’altro da dietro un palazzo, su una panchina in legno, di quelle basse, un po’ rovinate, o dalla sponda opposta di uno dei ponticelli che con la scusa della Senna usano per ammorbidire i lunghi rettilinei che si vedono da queste parti.

Più che le gambe, infatti, a un certo punto, a cedere, fu proprio la speranza. Successe all’improvviso, senza che accanto a me accadesse nulla di veramente percepibile. Camminavo, e ho smesso di credere. Fine.

Non lo so se capite bene di cosa si tratta, e in caso contrario pazienza, che non credo di riuscire a spiegarvelo proprio stavolta. Ma a me succede spesso. E il più delle volte ci sono di mezzo le persone. Che sei lì e ce le hai accanto, dopo anni che le conosci (magari state anche parlando, e ridete), solo che a un certo punto, senza nessuna ragione in particolare, o forse sì, ma che lì per lì non riconosci e quindi non stai tanto a domandarti che nome abbia, smetti di credere in qualcosa che in un certo senso vi riguarda. Si spegne come un interruttore, da qualche parte, dentro, che forse neanche sapevi di avere acceso, anni prima. Si spegne. Finita. E non puoi mica farci niente. Quando succede, succede e basta.

Decisi che ne avevo abbastanza. E che sarei tornato indietro. Mi accorsi solo allora di essere capitato in un bel giardino, e che cominciava a fare buio. Così pensai che il minimo che potessi fare, in quel momento, fosse di godermi un po’ lo spettacolo del sole che cominciava a tramontare dietro gli alberi, prima di rimettermi in cammino verso casa. Quando ripartii, ci misi più del solito ad arrivare. Avevo le labbra secche e una sete sfibrante quando svoltai a sinistra per l’ultima volta, entrando “contromano” nel senso unico in fondo al quale già si intravedeva il cancello, quello in ferro, del nostro palazzo. Ancora una volta mi attardai al pensiero del senso di quiete che riusciva a ricavarsi quel luogo dalla kasbah delle traverse accanto. Non feci in tempo ad arrivare alla ringhiera, di finire di celebrare quella pacata serenità che avvertivo intorno benché non ce ne fosse la minima ragione, che il chiasso crescente che giungeva dall’angolo opposto al mio mi provocò un fastidio quasi perfino fisico. In pochi secondi, quel rumore divenne insopportabile. Appena il tempo di capire l’origine, e cessò. Era una camionetta della gendarmeria francese lanciata sul selciato sconnesso di quella strada che mai come quella sera mi parse strettissima.

Dapprima incomprensibile, finii per giudicare poi perfino assurda la velocità con cui arrivarono lì quando vidi scendere e incamminarsi verso il retro del mezzo due agenti che sembravano come spinti – ma spinti non è la parola giusta – da una specie di bonaccia appena percettibile, tanto parevano rilassati.

Il risultato fu che ci misero un’eternità ad aggirare e poi ad aprire il portellone posteriore della camionetta. Dal quale, in un modo che mi parse come aggrappata ad un agente dai capelli lunghi fin oltre la metà della schiena, scese la signora Gladine: l’anziana 84enne, a cui l’helzeimer non dava più tregua, che abitava nel palazzo proprio difronte al nostro e che avevamo incrociato due o tre volte Guido ed io in quelle prime settimane a Parigi. E sempre in compagnia della figlia. Una donna magra, alta e bionda, che prima che la madre riuscì a mettere piede in terra era già lì, in ciabatte e una veste cortissima, ad abbracciarla in mezzo alla strada. Piangendo. Davanti a tutti.

Cominciava a fare freddo, e ricordo perfettamente anche che mi colpì la spontanea meraviglia negli occhi della signora Gladine, evidentemente sorpresa di vedere tutta quella gente in strada e alle finestre a quell’ora della sera, quando la figlia, dopo averla liberata da un abbraccio che per quel che ne so io avrebbe anche potuto ucciderla, con gli occhi illuminati dal riflesso arancio del lampione, le disse: “Mamma ti sei persa?”. Tra questa domanda e la risposta che seguì passò un tempo che non saprei dire adesso senza rischiare di prendere un abbaglio, ma che evidentemente servì alla signora Gladine per chiedersi se la figlia fosse per caso impazzita, visto che tutto quello che pronunciò, in risposta, fu: “Persa? Io? E perché? Non vedi che sto tornando a casa cara?.

Beh, avreste dovuto essere lì per godervi l’esplosione silenziosa del pianto di quella donna davanti agli agenti rimasti immobili. Anche loro evidentemente incapaci di dire qualunque cosa avesse un senso in quel momento; mentre la signora Gladine, di spalle, varcava in vestaglia la soglia di quel portone che nel frattempo, minuscola, la ingoiava.

Feci anch’io per andarmene a quel punto, con negli occhi ancora l’immagine di quell’affresco umano tutto da celebrare: tre uomini in divisa, appena sulla sinistra, fermi a cercare la faccia giusta da indossare e non trovarla, di fronte la disperazione erotica nella figura di una donna bionda, scarna e con la faccia poggiata in mani eleganti e bianchissime, e al centro la sagoma di una donnina minuta, testa curva in avanti, sul punto di sparire dentro il cono d’ombra della tromba delle scale ancora buie.

Tre passi, o forse meno, e davanti al cancello, jeans nero e felpa col cappuccio in tiro sulla testa, appena leggermente curvo in avanti, c’era Guido. In piedi. Ad aspettarmi.

Continuai a camminare facendo finta di niente. Infilai la chiave esitando un attimo, giocando con la serratura, concedendogli l’ultima occasione per scusarsi, in un qualche suo modo.

Dobbiamo andarcene da qui, alla svelta”. Sentire quelle parole senza percepirne il senso, tornare ad ascoltare la sua voce, fu per me una sensazione strana, come una specie di frustrante liberazione. E comunque fu l’ultima cosa che disse, quel giorno. La prima che gli sentivo dire da un po’, a pensarci adesso. Entrati in casa, si chiuse in bagno, poi in camera, e non lo rividi che quando decisi che anche per me era giunto il momento di far calare il sipario su quella giornata a suo modo elettrica, dolcemente sfibrante e in un certo senso irripetibile. Una di quelle che credo davvero ricorderò a lungo.