#7 Dis Moi: a passi lenti, lungo la strada verso sera

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“Mio padre”. C’era silenzio intorno, e quella voce mi sembrò arrivare dal niente. “Mio padre”, ripeté, dando uno di quegli strappi con la gola. Uno dei suoi, di quelli che dava tutte le volte che aveva bisogno di prendere tempo, o fiato, o solo coraggio. “Mio padre”, ha aggiunto, “sta venendo a Parigi”. Non so quanto tempo fosse passato prima di sentirgli riprendere il discorso, ma non credo un tempo lunghissimo. Eppure per un attimo ho pensato che dopo quelle parole Guido non avrebbe più detto niente. Tornavamo a casa quella sera, zaini in spalla, seminando ad ogni passo un po’ del peso di un’altra giornata a collezionare No, grazie dei titolari delle piccole librerie parigine. “Mio padre vuole venirmi a parlare”.

Il resto è stato un racconto lucido e dettagliato, la cronaca anno per anno di una storia che conoscevo bene, ma che mi era stato concesso di guardare fino ad allora soltanto dallo spioncino dell’adolescenza. Sempre e solo attraverso il filtro del racconto degli altri, i grandi. Oppure di percepire, vagamente, nelle allusioni che foderavano le battute che potevi ascoltare al bar, o dal barbiere, mentre aspettavi il tuo turno per un espresso o per una raddrizzata alle basette. Chiunque in città conosceva quella storia, ne aveva sentito parlare, ne custodiva un frammento personalissimo nella memoria. Chiunque, che avesse mai avuto il bisogno di misurarsi con una tragedia. Perché quella di Guido, e della sua famiglia, era la forma che dalle nostre parti cominciarono a dare alle tragedie, piccole o grandi, dopo di quella. La conoscevo bene la storia, io, eppure sentirla per la prima volta dalla sua voce, così improvvisamente profonda – così improvvisamente adulta -, fu come conoscerla davvero, dopo anni. E per sempre.

Guido non è figlio unico. Ha una sorella, quattro anni più grande di lui. Scomparsa ufficialmente il giorno in cui la madre lo dava alla luce. Per qualcuno rapita dagli zingari, venduta al mercato dei figli, ma comunque viva in chissà quale altro paese del mondo, con chissà quale nome, seduta a chissà quale tavola di chissà quale famiglia. Per altri morta, invece, annegata nel canale di bonifica che scorre proprio ai piedi del vecchio podere della famiglia di Guido, e poi fatta sparire dalle bestie che vent’anni fa battevano quelle zone.

Si vedeva di tutto da quelle parti: volpi, cinghiali selvatici, cani randagi. Io lo so perché da piccoli ci andavamo insieme, Guido e io, di nascosto da tutti, prima che i suoi svendessero il podere e si trasferissero in centro; a cinque minuti a piedi dall’officina dove il padre di Guido aveva iniziato a lavorare come meccanico, capitalizzando come potè le due o tre cose che sapeva su come si fanno ripartire i vecchi trattori Fiat. E andavamo lì sotto lui ed io, perché mi diceva che voleva cercare quella sorella che non aveva mai visto, trovarla, e riportarla a casa. Così la madre sarebbe tornata a stare bene. Così la madre sarebbe tornata a sorridere. Come faceva in quelle vecchie foto sbiadite posate sul camino. Ma non successe mai che la madre di Guido tornò a stare bene. Mai. Decisero che non l’avrebbero più lasciata sola la prima volta che tentò di farla finita.

Da allora, Guido ha vissuto praticamente dai nonni. Circondato da un amore che non era quello che doveva essere. Ogni pomeriggio di studio o di gioco o di festa o di castigo, lo passava lì. Fino a che un giorno non fu abbastanza grande da prendersi la vita in spalla e guadagnarsi due lire di suo. Prima facendo consegne in nero per un padroncino e poi, con qualche contatto che gli avevo girato, scrivendo qualche articoletto. Poi sempre di più. Poi sempre meglio.

Essere qui, a Parigi, oggi, è solo un capitolo di questa storia assurda che è la sua vita e che da un po’ di tempo si è messo in testa di voler riscrivere, di suo pugno, dopo aver capito che il finale al quale era destinato non faceva davvero al caso suo. E’ come se avesse avuto il dono, Guido, di vedersi proiettato negli anni con una precisione assoluta, e di essere rimasto terrorizzato dall’immagine riflessa. Non c’è bisogno che me lo dica, perché io sappia che quell’immagine è l’immagine di due bambini fermi ad aspettare un destino che non arriverà mai.

Fuggire al padre che lo sta venendo a cercare, è fuggire a quell’immagine che lo perseguita da sempre. Almeno da quando ha capito che la sua vita s’è interrotta nell’istante esatto in cui è cominciata. Almeno da quando aspetta di vedere un sorriso spuntare sulle labbra della madre.