#8 Dis Moi: il gusto sublime della solitudine per scelta

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Il “bi-bip” elettronico dell’orologio digitale che usavo per la corsa mi informava che erano le cinque del pomeriggio. Le nostre domeniche a Parigi erano sempre state giorni più strani degli altri. Più lenti. Più malinconici. Da quando eravamo a Montmartre, poi, erano diventate come una specie di non-giorni. O non luoghi, se preferite, visto che nel weekend buona parte del tempo la passavamo ad abitare i romanzi che ci eravamo portati dall’Italia. Quindi eravamo lì, la domenica, ma mai veramente del tutto. Sospese come le lasciavamo, in balia del nostro stato d’animo e di qualche ricordo, finivano per aprirci sempre come degli squarci, dentro, che poi faticavamo quasi sempre a rattoppare, riempiendoli soprattutto di felicità illusorie: come mettersi alla ricerca di un lavoro, quello di librai, convinti che prima o poi ce lo avrebbero offerto.

Andò a finire che quel doppio colpetto metallico mise in moto qualcosa, da qualche parte, , tra lo stomaco e il cuore. Fu come una scossa a basso voltaggio, un pizzico, o qualcosa del genere, che mi sembrò giusto assecondare.

Eravamo sdraiai sul letto Guido ed io, dove ci mettemmo a leggere tutti e due dopo un pranzo che per gli standard degli ultimi tempi eravamo portati a considerare festivo: pollo allo spiedo con patate, regalo che Guido pensò bene di farci passando davanti la rosticceria all’angolo, tornando a casa dalla corsa. Sulla vecchia credenza che dava nella porzione di casa affacciata a giorno, c’erano anche due bottiglie di vino. Non sembravano vecchie. Di sicuro erano scadenti. E forse il lascito di chi, prima di noi, era passato di là. Ne aprii una per il pranzo, come fosse la cosa più giusta e sensata da fare.

Ad ogni modo, non fu facile tirarmi su da quella posizione, anchilosato com’ero dalla lettura e dalla pessima qualità del vino. Spostai sul materasso il libro che da qualche minuto tenevo aperto, sul petto, com’ero solito fare coi passaggi sui quali amavo attardarmi un po’, farci ancora un po’ i conti, prima di riprendere.

Mi girai verso Guido e vidi che dormiva. Non lo so perché, ma a me succede spesso di pensare al sonno come a una specie di velo d’organza poggiato tra sé e il mondo. Velo d’organza, mica cemento armato. Eppure quando c’è qualcuno accanto a me che dorme, percepisco come una specie di immunità dei gesti. Come se tutto mi fosse permesso, in quel frangente, come se davvero fosse cemento armato quello che mi separa dalla persona che dorme. E che qualsiasi cosa succeda, resti una faccenda tra me e me. Così stetti in quello stato di pacata, finta, solitaria serenità per un tempo sufficiente a rimettere la camicia nei pantaloni, chiudere i bottoni sul collo, prendere la giacca dal divanetto accanto all’ingresso e non indossarla, infilare le scarpe ai piedi e chiudermi la porta alle spalle. Con Guido ancora lì dentro, a dormire, sotto il suo indistruttibile velo d’organza.

A una ventina di giorni dall’ultima volta, mi trovavo insomma di nuovo da solo, a Parigi.

Ma stavolta era diverso. Stavolta ne avevo bisogno. Stavolta l’avevo scelto.

Faceva piuttosto freddo quella domenica, il primo della stagione. Ma tenni ancora la giacca tra le mani, invece che metterla addosso, perché c’era da camminare un bel po’ prima di arrivare alla metro; e scelsi di farlo dal lato della strada in cui il sole fendeva raggi puliti, i soli che riuscivano a filtrare tra le nuvole e i palazzoni di quella zona.

Feci bene, perché in metro fui accolto immediatamente da quella temperatura che è la temperatura ideale per una sudata come si deve. Perché ci puoi giurare che sudi, se ti sei appena fatto dieci minuti a piedi, sotto il sole, e porti pure una giacca addosso. Ma io, la giacca, quel pomeriggio, non l’avevo ancora mica messa.

Alle 17.20 Parigi era bellissima. Me la guardai ancora un po’, fermo all’ingresso della metro, prima di immergermi in quel mondo nel mondo, che è la metropolitana di questa città.

Senza saperlo, al terzo cambio mi trovai su una carrozza delle poche linee sopraelevate che si trovano a nord della Senna. Fu una sorpresa, perché non essendoci una ragione precisa a spingermi fuori di casa, nessuna a parte “quel pizzico” voglio dire, non potevo sapere cosa mi avrebbe aspettato prendendo linee della metro a caso, proprio come stavo facendo. Scegliendo cioè di seguire giusto la regola delle persone e delle fermate. Già, la regola delle persone e delle fermate. Un gioco, a volerlo chiamare così. Tante persone, tante fermate. In pratica, facevo questo: una volta seduto, aspettavo la prima stazione, e il numero delle persone che sarebbe entrato dal portellone più vicino a me in quel momento, avrebbe determinato la fermata alla quale sarei sceso. Tre persone? Bene, al terzo stop sarei saltato giù. Nessuna persona? Poco male, me ne sarei rimasto seduto fino a che non sarebbe entrato qualcuno a dettarmi la mossa. Va detto che a Parigi una metro su due ha scambi. E in quel caso il gioco si faceva ancora più interessante perché, poniamo che fossi sceso ad una stazione con quattro snodi, allora la regola del gioco prevedeva che avrei dovuto seguire la via “indicata” dal primo oggetto molto appariscente che mi sarebbe capitato davanti: un soprabito giallo, uno zaino celeste, un ombrello rosso, il vestitino verde d’un barboncino tenuto al guinzaglio, una borsa. Davvero, la prima cosa. Andava bene tutto. E’ chiaro che un gioco del genere lo puoi fare solo di domenica, quando cioè si incontrano molte meno persone, quasi tutte turisti, e quasi tutte vestite con colori piuttosto bizzarri. Se poi piove, è l’apoteosi del divertimento. Perché davvero, in quel caso, poteva capitarti di tutto.

Per farvela breve, alle sei e un quarto misi finalmente piede fuori dalla metropolitana. Adesso faceva freddo. Un po’ perché il sole cominciava ad accusare la stanchezza di una giornata in cui aveva fatto la sua parte, e un po’ perché dopo un’ora nel microclima della metro di Parigi chiunque, uscendo, troverebbe il modo di sentirsi fuori posto. Dovevo essere arrivato piuttosto lontano dal centro, perché tutto quello che mi trovai davanti, ora che anche la luce cominciava a scarseggiare, eran una specie di grande boulevard pulito e ordinato, completamente deserto. Sembrava una di quelle zone che dal lunedì mattina al venerdì sera somigliano tanto a dei formicai impazziti – formicai impazziti dove sono tutti vestiti bene, o almeno credono di esserlo – e che la domenica sono lande desolate dove puoi notare perfino la qualità del bitume sulle strade.

Non lo so perché, ma l’immagine che mi restituì tutto quel niente mi piacque da matti. E anche se il grigio cominciava lentamente a mangiarsi i colori, ne lasciava uno, vivissimo, proprio in fondo alla mia prospettiva, appena leggermente sulla destra: una tenda, rossa, illuminata all’eccesso. Era la tenda di una patisserie molto elegante.

Anche potendo, non c’erano altri posti dove sarei voluto andare in quel momento. Entrai, e la ragazza si stava già organizzando per la chiusura, rimettendo le paste a posto, dividendole in certe scatole ciascuna di un colore differente. Fu sorpresa nel vedermi. E quasi imbarazzata dal modo in cui le sorrisi. Era una ragazza non troppo alta, di colore, con degli occhi bellissimi e delle labbra per niente volgari, che però appesantiva sotto un rossetto scuro, che qualcuno direbbe vivo, forse troppo per l’aspetto delicato che comunque, nell’insieme, riusciva a preservare.

Sarei rimasto lì un po’. Le avrei chiesto qualunque fesseria per sentirla parlare di qualcosa che non fosse cosa desideravo e se sapevo che quella piccola tortina che avevo appena indicato fosse, in realtà, senza glutine. Ma non lo feci. Non le chiesi niente. Sarei rimasto lì ore a parlare con lei, e invece uscii senza dire una parola, una parola a parte quel “” – tra l’altro una bugia. Presi le mie due tartine senza glutine, pagai, e mi diressi verso il fondo di quella strada grigia, verso la pensilina del piccolo tram sopraelevato che mi avrebbe riportato a casa.

Ancora non era del tutto buio. Ma i neon bianchi che illuminavano la fermata la facevano sembrare una di quelle stazioni di servizio notturne e isolate, di quelle che si vedono in certi film americani. Era stranamente popolata. Davanti a me, ad aspettare il tram nella direzione opposta, due donne e una bambina che non la smetteva di correre strusciando un bastoncino di plastica sulla ringhiera in ferro che delimitava la stazione e un ragazzo, poco distante, che fumava. Mi appoggio contro il palo della pensilina e accanto a me si siedono tre ragazze arabe, col velo e tutto il resto. Sedendosi, la veste di una di queste si accorcia. E noto come sotto quella specie di tunica indossava mocassini eleganti, di quelli con le fibbie, un po’ a punta. Sorrisi, guardando la bella scatola rossa della pasticceria. Avevo una gran voglia di dolce, in quel momento, ma pensai che sarebbe stato bello tornare a casa, mettere su un po’ d’acqua per il tè, e mangiarlo insieme a Guido. Me lo dissi a mente, specchiandomi nel riflesso sulla pensilina, e aspettando il tram che ormai doveva essere a momenti. Ma comunque in ritardo di qualche istante sul vento freddo che aveva appena cominciato a bagnarmi gli occhi.