“Tutti i santi giorni”

Tutti i santi giornibn

Non sei veramente fregato finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla. Ho capito davvero il senso di questa frase la sera in cui mia madre mi raccontò l’episodio che avrebbe poi ispirato il racconto che state per leggere. Parlava della sua famiglia. E quindi anche della mia. Ma parlava più in generale di un’Italia che non ho conosciuto, e per questo valeva ancora di più la pena starla ad ascoltare. Anni dopo ci sarebbe stato un concorso letterario, un termine di presentazione, un testo, e una mail. Poi anche un premio. E infine una pubblicazione. Quello che segue è il risultato di quella buona storia da parte, della voce di mia madre che me la racconta, e di me seduto in silenzio davanti a lei. Era a tavola. Era sera. Era tanto tempo fa.

Tutti i giorni. Tutti i santi giorni che venivan giù su a tèra, lei passava di là. Poteva piovere, diluviare. Poteva fare un sole di quelli che nemmeno nei racconti dei nonni – che infatti quei vecchi polentoni chiamavano “africano”, tanto gli era estraneo. Gnanca alora a ghe ripensava quea maedetta. Ehh, ma lo faceva apposta, lei, la Agnese. Arrivati a quel punto, lei “voleva” che tutti notassero questa sua nuova e inusuale abitudine: passare di là. Davanti la casa dei Toson, è ovvio. Sotto al balcone, solo dall’altro lato della strada. Mica per paura, no!, solo per farsi vedere meglio, da dentro, ghe venisse un brutto mal. E poi rideva. Dìobono se rideva! Man man che quea pansa cressea, ea ridea.

E faceva ridere tutti al borgo questa storia della Agnese. Soprattutto le gemelle Tronchin, che da Stocco, giù, al forno, erano quelle che tenevano i conti della vicenda meglio di come Stocco li teneva del forno. Certe risate! Sapevano tutto le Tronchin. La Agnese le conosceva bene, tutti le conoscevano bene le perpetue del curato, tutti sapevano che razza di ciabatte rotte erano quelle due; per questo non aveva aspettato un attimo a dire loro che il Toson, stavolta, l’aveva proprio fatta grossa. E loro, figurarse, dopo che al prete – che parea de farghe un torto all’omo e al santo se noe diseva gniente – l’avevano detto a tutti al borgo, distillando ogni giorno frammenti d’informazioni talvolta vere, talvolta no. Tanto comunque c’era quella pancia a legittimare, crescendo, qualsiasi diceria. E più montava, più con lei montavano le storie che intanto le erano nate attorno. Che potevi pensare si nutrissero alla stessa velocità, permettendo quasi di stabilire così il mese del nascituro o della nascitura dall’assurdità del nuovo particolare spifferato.

Poco prima che nascesse, per dire, si udì qualcuno riferire che il Toson fosse perfino morto, ammazzato in casa e poi fatto a pezzi e probabilmente sotterrato dalla Ofelia, quea cosa enorme che ‘l Toson s’era ciapà per femena. D’altronde non lo si vedeva in giro da mesi. Né lui, né la Ofelia, che pure frequentava Stocco abitualmente, la mattina presto, prima che la Agnese cominciasse a passare di là, ogni santo giorno. E poi, quando il numero dei giorni della gravidanza cominciavano lentamente a sfumare, pure tutte le sere. “Ma no! Ma che morto! Solo hanno cominciato a venire alla messa del sabato pomeriggio invece che a quella della domenica mattina”. Don Bragazzi era l’unico che cercava di spiegare al borgo le cose come stavano per davvero, ma pochi sembravano ascoltarlo. Specie se le prime a non farlo erano le “sue” Tronchin.

Se la rideva tanto di ‘sta storia pure il vecchio Banin, il mezzadro, che il Toson non gli era mai piaciuto per via di quella sua sfacciata fortuna negli affari. Mezzadro come lui, e suo coetaneo oltretutto, Banin non poteva proprio mandare giù come facendo le stesse cose da quando il sole calava fino a sera – anzi, prima di tutta sta faccenda dell’Agnese sembravano pure meno quelle da mettere in conto al quel mezzatacca del Toson -, lui riusciva a mala pena a pagarsi a fine mese il quarto di bianchino allungato alla cantina del Scitone, mentre quel fiol d’un càn comprava bestie e terra che sembrava avesse vinto alla lotteria nazionale.

Fu lui perciò, ‘l Banin, a sentirsi in dovere di riportare – così come gli parve più giusto – la notizia ai compari di fiasco, facendo da solo da Scitone quello che le gemelle Tronchin facevano in due, giù, al forno di Stocco. C’era giusto il bianchino a dargli una mano con gli aggettivi. Per il resto, era tutto lavoro che portava avanti di fatica sua. Ad aiutarlo in questa specie di opera di suggestione collettiva, però, c’era anche una curiosa circostanza. A differenza che da Stocco, infatti, i tavolini sul retro della cantina affacciavano direttamente sulla traversa dove tutti i giorni l’Agnese se ne passava ridendo sguaiata. Lei, e quella pancia ormai talmente enorme e salda che sembrava di un’altra, tanto era sottile e precario tutto quello che le stava attorno. Le ossa, i vestiti, i pensieri: tutto. E poi, da lì, si vedeva bene pure il balcone dei Toson. Per settimane la sala sul retro fece affari d’oro. Ormai il vino lo servivano quasi soltanto lì, a quelli del borgo.

Fino a che, da un giorno all’altro, l’Agnese non si vide più. Sparita. Meno male che ci pensò il dottor Biasi, medico rispettabilissimo, a dare a tutti la notizia della nascita, mandando la giovane segretaria in bici fino alla cantina del Scitone e poi giù, da Stocco, dove anche la granitica sicurezza delle Tronchin cominciava lentamente a frantumarsi.

Una femmina: tre chili e due. Olga l’ha chiamata l’Agnese. Olga, come la madre di Giuseppe “Bepi” Toson, donna vissuta cent’anni e che tutti al borgo conoscevano per essere stata la prima infermiera della comunità dall’arrivo massiccio dei primi coloni dal triveneto. L’affronto, oramai, era consumato. Mancava soltanto una fotografia. L’immagine da imprimere per sempre nella memoria collettiva di quei poveri cristi. E a cui nessuno, arrivati a quel punto, era disposto a rinunciare.

Col riflesso di questa cartolina ben impresso negli occhi, neanche il quarto giorno dopo il parto, l’Agnese uscì di casa, dirigendosi verso quella strada che ormai i suoi passi conoscevano a memoria. Dal retro della fiaschetteria la videro arrivare da lontano, appena più lenta del solito, e senza l’accenno di una risata sui denti. Solo un taglio precisissimo sulle labbra di quel viso bianco e già scavato stava ad annunciare una vittoria schiacciante che questa si apprestava a consumare. Quando si fermò sotto al balcone dei Toson anche il curato era stato avvisato, e aveva iniziato a seguire la scena dalla vetrata laterale della sagrestia, scortato dalle sagome asciuttissime delle due Tronchin.

L’Agnese sembrò aspettare che il vento si alleggerisse un po’ prima di sfilare dal fascio di coperte che le aveva messo intorno la creatura che adesso teneva sollevata, una mano sotto la testa l’altra sotto il culo, in direzione del balcone. Il ticchettìo di una forchetta caduta in terra spaccò quella scena in due tronconi. E la metà che seguì quell’istante, si aprì con il rumore – fermo – del serraglio della finestra del balcone dei Toson. Sul quale, statuaria nella sua vestaglia da cucina appena scolorita, si stagliò in un attimo l’immagine paunazza dell’Ofelia con nelle mani qualcosa di indecifrabile.

Neanche il tempo di accomodarsi meglio proprio al centro del balcone, perché tutti la potessero vedere, che allargando il sorriso che nel frattempo le era cresciuto sul volto, ripetè lo stesso gesto che aveva in quel momento davanti agli occhi. Solo che al posto di una figlia, femmina, da sfamare per il resto della vita senza l’ombra d’un padre e d’un quattrino, c’erano quattro conigli, morti, buoni per la cena dei Toson di quella sera e di quelle che sarebbero seguite.

Alle 6.30 del mattino del giorno dopo, la pagnotta ancora calda era già al centro della tavola in legno della bella sala da pranzo nella grande casa di Ofelia e Bepi Toson.