San Siro: il calcio, e la “giusta distanza” dalle cose

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A Yuri Ancarani, del calcio, non è mai fregato granché. Difficile che sappia il nome dell’attuale allenatore dell’Inter, per capirci. E con tutta probabilità, c’è da scommettere non si sia mai neppure posto il problema di farsi spiegare cosa diavolo sia, esattamente, un fuorigioco.

Eppure, in una manciata scarsa di minuti, quest’uomo, che c’è ragione di credere ignori del tutto i colori sociali del Sassuolo, e sorriderebbe alla domanda sulla vincitrice dello scudetto dell’ultimo anno, è riuscito a raccontare l’essenza del calcio italiano meglio di più un secolo di partite e campionati e calci di rigore. E lo ha fatto in un modo che a me ha sempre affascinato moltissimo. Che è il modo migliore, tra l’altro, di capire un mucchio di cose su questa faccenda della vita, mica solo sul calcio. Ma col calcio, a Yuri Ancarani, bisogna dire gli sia venuto da Dio.

Per raccontare al meglio questa passione ai limiti dell’escatologia secondo la tradizione italiana, Yuri Ancarani, di professione artista visivo, si è messo molto semplicemente alla giusta distanza. Non troppo lontano cioè da mancare le sfumature più leggere, ma non troppo vicino da non distinguere le linee nette dei contorni. Semplicemente, appunto, alla giusta distanza.

Dice: d’accordo, ma di cosa parliamo quando parliamo di giusta distanza dal calcio? Che volete che vi si risponda: impossibile dirlo senza scadere nella soggettività più assoluta. Perché – e su questo dovremmo essere tutti più o meno d’accordo – ognuno ha la sua di “giusta distanza” dalle cose. Quella di Ancarani dal calcio, per dire, è uno stadio. Non uno qualsiasi, però, ma lo stadio italiano: San Siro. Ovvero la “Scala del calcio”, come lo chiamano quelli che ne sanno. Il tempio pagano per eccellenza, l’alpha e l’omega del tifo tricolore. Esempio rarissimo di eccellenza italiana, applicata a una disciplina sportiva. Ma non basta.

Perché la giusta distanza è di solito
un ingranaggio talmente complesso,
da regolarsi solo incrociando luoghi e tempi precisissimi dell’esistenza.

Una specie di epicentro spazio-temporale che per Ancarani, ravennate, artista ma anche regista e docente – all’accademia belle arti di Milano – è quell’interstizio che va dalle ore che precedono la partita (una qualsiasi, ché tanto è uguale) alla manciata di minuti nei quali lo stadio comincia lentamente a popolarsi. Fino all’istante che precede il fischio d’inizio.

Lo spiraglio da cui tutti, almeno una volta, siamo passati, e che Ancarani racconta benissimo in “San Siro“, un affresco estetico sulla facciata scalcagnata della più viva tra le nostre passioni collettive. Ma anche un modo molto elegante per comprendere a fondo cosa succede, di solito, attorno a una semplice partita di calcio.