Chanel è morta nel 1971!

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Io non ce l’ho con Karl Lagerfeld, giuro. Anzi credo sia stato uno dei più grandi di sempre e che in un certo senso sia ancora un gigante, con la matita in mano. Davvero non ce l’ho con lui, né con Chanel, che da anni gli consente di tutto in nome di un mito glorioso, ma che non esiste più.

Così almeno ho scelto di vederli, di accettarli cioè per come si sono ridotti. Un po’ perché mi piacciono i finali romantici e datati – e la storia di questi due (Chanel e Lagerfeld) che amoreggiano con gesti e atteggiamenti plateali che appartengono a un’altra epoca mi pare ricordare certe sgangherate storie d’amore del secolo scorso – e un po’ perché, altrimenti, finirei per davvero col detestare entrambi. E sappiamo bene tutti quanto difficile sia per ognuno di noi vedersi sgretolare un mito davanti ai propri occhi impotenti.

Premessa lunga, starete pensando. Ma, fidatevi, indispensabile. Difficile giustificare altrimenti il moto di lucida desolazione repressa che mi porto dietro da quando ho visto “Once and forever”, il film di Karl Lagerfeld con Kristen Stewart e Geraldine Chaplin presentato una manciata di giorni fa, a Roma, nell’ambito di un evento “alla Chanel”, al Teatro 5 di Cinecittà. Se non avete ancora avuto la sventura di vederlo, è probabile che ne abbiate comunque sentito parlare. Mai come stavolta, infatti, l’esaltazione commerciale intorno al mito ormai disossato di Gabrielle Chanel mi pare quanto di più folle, meno riuscito e fuori soggetto mai prodotto da Lagerfeld con la complicità della maison parigina (e guardate che ce ne voleva, eh). Un trionfo di niente, l’elogio assoluto di qualcosa che non esiste, che non c’è, che non è, ma che agli occhi di certa stampa, quella incapace di dare una lettura oggettiva o quella impossibilitata a farlo per via dell’ingente somma di capitali che Chanel è solita dispensare ogni anno sotto forma di pubblicità, è apparso tuttavia come “meta-cinema” (cosa intendessero esattamente poi con quel termine, questo, è ancora tutto da dimostrare). Ma tant’è.

E più o meno nelle stesse ore in cui a Roma Karl Lagerfeld e Chanel offrivano al mondo l’ultima mirabolante versione della stessa deprimente piccineria, al Centre Pompidou di Parigi andava in scena l’ottava edizione di ASWOFF (acronimo di A Shaded View Of Fashion Film), il festival internazionale del film di moda. Una roba da riconciliare con l’idea di estetica che certa moda promette di rappresentare. E, volendo, pure un po’ col cinema in generale.

In ogni caso qualcosa che riportato sulla sulla superficie della mia esperienza un vecchio cortometraggio del 2010: “Time doesn’t stand still“, piccolo capolavoro di grazia firmato da Benjamin Millepied (sì, lui) e Asa Mader. Un cortometraggio che senza avere la presunzione di incarnare modelli estetici di alcun tipo, racconta, con una eleganza e un garbo narrativo fuori dall’ordinario, la struggente e intima violenza che l’incapacità di dirsi addio porta con sé.

Riprendessero a raccontarlo così il mondo pure Chanel e Lagerfeld, avremmo ancora di che sognare.