I vegani dell’informazione: se l’etica vale solo a tavola

The edition of the November 8, 2012 of the Corriere della Sera newspaper, with its frontpage on the results of the US presidential election is being printed on November 8, 2012 at the newspaper printing house in Milan. Founded in 1876, the Corriere della Sera is one of the main Italian daily newpspaper, with its offices located Via Solferino in Milan, in the same buildings since the beginning of the 20th century.  AFP PHOTO / GIUSEPPE CACACE        (Photo credit should read GIUSEPPE CACACE,GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images)

Buona parte delle mie conoscenze, a Parigi, ha fatto da tempo la scelta di essere vegetariana o vegana. Sempre più spesso, a tavola, mi piace ascoltare le loro ragioni. Capire i perché posti alla base di questa volontà. Molto più facilmente di qualche tempo fa, ora mi lascio sedurre dalla piena consapevolezza che fodera le convinzioni di alcuni di loro. Quel meccanismo cioè che ne determina la costanza, il peso in termini di rinuncia e, forse, più in generale, l’onestà complessiva. Alcuni di questi ex carnivori che frequento, per dire, non hanno avuto problemi a confessarmi che per loro si tratta quasi esclusivamente di una ragione etica, che non ha nulla a che vedere col desiderio – o perfino col piacere – di mangiare di tanto in tanto un hamburger “che sappia di qualcosa”.

Insomma, per farvela breve, da un certo punto di vista, io, di questa gente, ne subisco la fascinazione. Non in quanto capaci di una rinuncia di cui non sarei in grado io, piuttosto in quanto individui pienamente coscienti dell’idea di etica che intendono incarnare – ops! -, al punto da cambiare per sempre il proprio stile di vita e, un po’, pure quello di chi gli sta attorno.

Una roba che, se tenuta alla debita distanza

dai fanatismi e dai paraculismi di parecchi,

ne converrete, merita. E parecchio.

Comunque la si pensi al riguardo.

Poi qualche giorno fa è successo l’imprevedibile, e da allora aspetto sempre un po’, quando mi trovo davanti qualcuno, prima di arrivare all’equazione del tipo “vegetariano/vegano = elevata concezione etica della vita”.

Succede infatti che uno tra i più avveduti dei miei amici vegani, nel condividere via mail un link in cui mi pareva si divertisse a prendersi gioco della mia fiera italianità, si è lanciato in un’analisi spietata della condizione del mio paese partendo da alcuni dati relativi al livello di corruzione nell’amministrazione pubblica. E lì, bingo!

Il link, tratto da un articolo in italiano, dava conto di un dato clamoroso (al punto da giustificare l’invio di quella mail, per capirci), ma, purtroppo per lui, pure clamorosamente falso. Un paio di settimane prima, infatti, quello stesso dato veniva citato da Francesco Costa sull’ultimo numero di IL, il mensile del Sole24ore. Inserendolo, tra gli altri, in una lista di notizie più o meno recenti basate su fatti verosimili (ma non veri), Costa ha spiegato benissimo come quello del “giornalismo delle bufale” sia ormai diventato, oltre che una preoccupante epidemia, anche una fonte inesauribile di profitto. In che modo, e con quali conseguenze per la “salute mentale pubblica”, lascio che sia Rocca a dirvelo (il link lo trovate poco più su, nel caso ve lo siate persi).

Così arriviamo a quello che mi è parso il dato più emblematico di tutta questa faccenda. Persino più emblematico della storia pure incredibile del business delle bufale e del modo in cui questo fenomeno stia silenziosamente assestando il colpo di grazia alla già precaria credibilità, oltre che alla irrisoria sostenibilità economica, del giornalismo italiano: ovvero il gigantesco paradosso che fa da sfondo a questa vicenda. E che, in un certo senso, mi pare abbia molto a che fare con l’etica applicata al campo dell’alimentazione.

Già perché, ammesso che volessimo porcela come domanda, sarebbe interessante capire cosa diavolo ci spinge a scegliere bio, a mangiare carni selezionate o a non mangiarne affatto, a rinunciare a ogni genere di alimento di derivazione animale, sia essa diretta o indiretta, e a rivendicare pure con fierezza la portata etica di queste scelte, se poi ci lasciamo intossicare con ingiustificata disinvoltura da un finto giornalismo, da un’informazione verosimile ma totalmente falsa e interessata nel senso puro del termine e, anzi, se siamo noi i primi a intossicare la nostra coscienza e quella collettiva condividendo questo genere di contenuti-spazzatura.

E allora eccola la domanda: perché l’etica, per molti di noi, vale solo a tavola? Perché non applichiamo per il benessere del nostro intelletto e la salute della nostra fibra democratica la stessa spavalda fierezza di quando a cena, all’amico italiano che mangia carne di dubbia provenienza, diciamo orgogliosi che noi no, noi siamo vegani, e che lo siamo per ragioni più che altro etiche?