Fotografia di un desiderio

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Se siete d’accordo comincerei col chiarire subito una faccenda che mi sta a cuore: io di fotografia ne capisco poco o niente. Mi piace, d’accordo, e parecchio, ma da qui ad accampare qualsiasi pretesa di valutazione, no, siamo lontani. Non ho gli strumenti adeguati per giudicarla, non l’ho studiata, e le due cose che so al riguardo le devo, come quasi tutto il resto, alla curiosità che mi porto appresso e a quelle quattro nozioni che mi sono indispensabili per mestiere. Perciò, se alla fine di questo post vi aspettate di trovare una qualche idea – pure vaga – su come si fanno delle belle fotografie, o, che ne so, su come si riconosce un grande fotografo, beh, lasciate che vi dia un consiglio: chiudete tutto. Questo non è il post che stavate cercando.

Chiarito questo, veniamo al punto. E il punto è che mi pareva davvero uno sperpero di bellezza intollerabile non accennare, neanche di passaggio, su questo blog, al lavoro di questa fotografa. Mi ci sono imbattuto tempo fa, preparando il piano editoriale della settimana della moda di Parigi. Quel periodo dell’anno che per me coincide con una specie di clausura devota alla lettura, al poco sonno, e ai cibi dalla cottura rapida, quindi, per lo più, scadenti. Un periodo dell’anno dal quale, di solito, esco com’è intuibile più stanco e più grasso di prima. Con l’aggravante però di trovarmi davanti al momento esatto in cui, invece, dovrei essere tirato a lucido. Ma comunque…

Lei, dicevamo, si chiama Theresa Marx, e tutto quello che so sul suo conto, oltre al fatto che è fotografa, che lavora per alcune importanti riviste di moda, e che a questo aspetto si deve il suo perenne fluttuare tra Londra e Parigi, è che non riesco a togliere gli occhi dalle sue fotografie. Che c’è come qualcosa di irresistibile a inchiodarmi a loro. Un’attrazione inspiegabile, che mi accende qualcosa dentro. Dove solo il sesso, di solito, arriva. Ma che nel caso di Theresa Marx, invece, non c’entra. Piuttosto con l’eros, o perfino col desiderio. Ecco, sì, può darsi che sia desiderio. Mica di quelli schietti, però, di quelli spudorati, di quelli che si manifestano e amen. Che puoi nascondere quanto vuoi agli altri, ma tu lo sai che friggi solo all’idea di quel pensiero preciso. Solo quel pensiero preciso.

No. Qui in gioco ce n’è uno dei peggiori. Uno di quelli subdoli, che prima di inchiodarti al muro, quale che sia la loro ambizione finale, prima ti lasciano un po’ in una specie di limbo di incertezza emotiva. Che è solo di facciata, e lo sai bene. Come sai bene che poi quell’incertezza la pagherai cara, al momento della resa, davanti a tutta quella bellezza.