Come nasce un’idea

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Magari i più attenti se lo ricorderanno pure. E’ stato più o meno una manciata di settimane fa e da queste parti si parlava di un certo film che sarei andato a vedere di lì a poco. Di mezzo c’era questa ossessione per la danza che mi porto dietro da un po’, ma anche una singolare fascinazione per Benjamin Millepied. E’ finita che quel film poi sono andato a vederlo sul serio – non un capolavoro, se volete saperlo, ma nemmeno una roba sgradevole – e che sono uscito dalla sala (tardissimo: se ha un difetto, è la lunghezza), con un paio di considerazioni di cui in un certo senso fatico ancora a liberarmi. Questioni che mi pare abbiano però a che fare più con un mio vecchio pallino che non col film in sé. Che volete farci, succede.

Perché io su questa faccenda del processo creativo, del rapporto cioè che lega un artista all’intuizione che a un certo punto, dal niente, gli nasce dentro, mi interrogo, ad essere onesti, da boh, non lo so nemmeno più io da quanto. Da parecchio, comunque. E il merito che riconosco a Rélève, è, se non altro, quello di aver molto semplicemente acceso la luce. Convincendomi in sostanza del fatto che io, di come nasce un’idea, in effetti, non c’avevo mai capito niente.

Perché uno s’immagina la fase creativa di un qualunque talento e subito lo idealizza immerso in pensieri sublimi, in un qualche angolo mistico del pianeta, di sicuro lontano da casa, al riparo dalle sue consuetudini, dalla banalità dei ritmi quotidiani e dalla trappola meschina di ogni routine che si rispetti. Pronto a tornare da questo pellegrinaggio prima di tutto interiore con sempre nuove mirabolanti intuizioni. Beh, sapete che c’è? non funziona affatto così. Magari un tempo, che ne so. Ma oggi no, davvero. Per dire, chi diavolo poteva mai immaginare che il direttore artistico dell’Opera di Parigi (oh, l’Opera di Parigi!) componesse pezzi di coreografia al ristorante, tra signori sgraziati che comandano ancora da bere e camerieri che vanno e vengono nella sala urtando chiassosamente vecchie sedie in legno. O tra una bestemmia e l’altra per una panca da scena che non sarà mai consegnata in tempo. O a cavallo tra una riunione in cui si deve discutere dell’ennesimo taglio al budget (voi lo sapete come possono essere velenose e sfinenti quelle riunioni lì, no?), l’inutile intervista col giornale specializzato, e un incontro coi sindacati per provare a impedire uno sciopero delle maestranze convocato, con infallibile tempismo, proprio nel giorno della prima messa in scena. Quando si dice il caso…

Eppure, in tutto questo marasma,
in questa sgangherata ordinarietà che è la vita
d’un direttore artistico, eccola, la poesia,
il talento, la scintilla. La luce.

Così mi sono messo a frugare un po’ in giro per capire se Millepied, il cui mito questo film è riuscito a far sedimentare ancora un altro po’ dentro di me, fosse in effetti l’unico a trovare l’ispirazione in un contesto tanto grottesco, quando non addirittura ostile.  La risposta è no. Ma sui tanti di cui mi è capitato di leggere qualcosa, Yohji Yamamoto è senz’altro quello che più m’ha incuriosito.

Sul fatto che il designer e stilista giapponese sia a tutti gli effetti uno degli ultimi grandi signori della moda dovremmo essere tutti d’accordo. Ecco, Yamamoto, per dire, è uno di quelli che se gli chiedi da dove la tira fuori tutta quella immaginazione che poi declina in abiti e collezioni che segnano da sempre la differenza tra l’avanguardia e il resto dell’industria della moda e del lusso, ti risponde, con una naturalezza accecante: al cimitero. O, bene che ti vada, in macchina. Se poi non lo conosci proprio bene bene, e lo becchi in una giornata pure un tantino storta, è facile che si limiti a dirti soltanto “a passeggio”. In ogni caso, nessuna di queste risposte sarebbe falsa o, che so, inesatta.

Tutto nel suo caso è vero. E tutto rigorosamente documentato. Ma guai a pensare che si tratti di un cimitero tra i tanti nel mondo, di una macchina come tutte le altre, o a passeggio non importa dove e non importa con chi. No. Perché il genio eclettico che dimora in questo dinoccolato 70enne si metta in circolo, c’è bisogno infatti che questi si trovi alla guida della sua berlina, che percorra la stessa precisissima strada – quella che lo separa da casa fino al cimitero Aoyama, a Tokyo, dove vive – e che, accanto a lui, sul sedile passeggero, sia comodamente rannicchiata Rin, il cucciolo di Akita che vive in simbiosi con lo stilista.

Orgogliosamente proprietario di una Nissan Cedric acquistata tempo fa sul web – ci tiene a precisare – Yamamoto racconta in che modo girare per le strade di Tokyo, meglio se sotto una nevicata, per raggiungere il cimitero comunale, lo aiuti a trovare l’ispirazione che poi sta alla base di ogni sua piccola o grande creazione. Anzi gli sia indispensabile, per usare le parole con cui si racconta nel delizioso corto realizzato da Matthew Donaldson per i tipi della rivista Nowness, per “ritornare se stesso”. A riappropriarsi cioè di quel suo essere creativo che i ritmi alienanti e i limiti del lavoro di creativo (sembra un paradosso, ma evidentemente non lo è) finiscono per appannare, se mantenuti inalterati per troppo a lungo.

Roba che verrebbe da rivalutare, tutto d’un colpo, il lavoro in fabbrica.