Dove sta andando Tom Ford

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L’uscita del suo secondo film da regista, Animali Notturni (nelle sale da un paio di giorni), proietta Tom Ford al centro di quel cono di luce da cui di solito si tiene debitamente alla larga. Nelle poche interviste che sta rilasciando (perché due parole su un film che esce nelle sale e che ti riguarda, anche solo di circostanza e più per fare contenta la produzione che non perché ne senti l’esigenza, bisogna pure che tu le dica) non fa che ricordare in che misura è allergico a questo genere di manifestazioni della propria personalità.

Precisazioni peraltro pure abbastanza inutili giacché per sapere come gli vanno le cose, da ormai qualche anno, bisogna di solito aspettare – appunto – l’uscita di un suo film. Con la naturale conseguenza che siccome di pellicole all’attivo, al momento, ne conta giusto un paio, compresa l’ultima, distante peraltro sette-anni-sette dalla precedente, ogni sua apparizione finisce per forza per alimentare un piuttosto scontato circolo vizioso che trasforma quell’uscita in una specie di miracolo pagano.

Che poi, vuoi per l’inesperienza con la quale devi fare i conti se ti ostini a non frequentare certi ambienti, vuoi perché in fondo ancora non esiste una faccenda che ci appesantisce l’anima e che una volta raccontata a qualcuno non sia già un tantino più sopportabile, alla fine, su che razza di personcina sia questo Tom Ford, qualcosa, quando apre bocca, filtra sempre. Come tanti piccoli istanti rivelatori di un’identità complessa che alla fine, poi, con gli anni e una buona dose di perseveranza, se uno si mette lì a ricongiungere i puntini, lo trova pure il disegno. Il saldo complessivo della vera personalità di questo straordinario artista.

Uno che dietro all’aspetto da dominatore del mondo con le mani sempre in ordine – i migliori tra noi – bascula tra la depressione e l’alcolismo con una facilità sconcertante, e che accarezza almeno una volta al giorno l’idea della morte. Tipo pilates. Ma che malgrado questo macigno riesce con una bellezza, una precisione, un garbo e una potenza accecanti a raccontare la vita fino ai suoi anfratti meno perlustrati, raschiandone il fondo delle cavità più intime, e riportando alla superficie fino all’ultimo granello d’umanità, per quanto intriso di meschinità e cinismo.

In fondo ancora non esiste una faccenda che ci appesantisce l’anima e che una volta raccontata a qualcuno non sia già un tantino più sopportabile.

E questo è più o meno quello che possiamo dedurre davanti alle sue pellicole. Ma per uno che si racconta dietro la macchina da presa da meno di dieci anni, capite bene che rischia di non bastare. Specie poi se si tratta di uno con la sua storia, che di anni ne ha 55, un marito più grande di tredici e un figlio di quattro all’attivo. Uno che ha studiato a Parigi, vissuto a Milano, che è nato in Texas e che ha conosciuto tutti i più grandi nel mondo della moda, della cui scena interazione, tra le altre cose, è stato il dominatore assoluto per un decennio buono. E al quale, inoltre, quanto a Italiani, dobbiamo con tutta probabilità almeno un supplemento di gratitudine se quando pronunciamo la parola Gucci possiamo tornare a gonfiare un po’ il petto.

Eppure di tutto questo non c’è quasi mai traccia nell’eco lasciato dalle sue scarse apparizioni pubbliche. O, se c’è, quella traccia, è sbiadita, sfocata, inutile. Ma perché? Perché nel giudizio sul Tom Ford di oggi, da questo patrimonio qui non ci è quasi più concesso di attingere? Semplice. Perché lui stesso ha deciso di affrancarsi da questo suo passato glorioso che oggi a quanto pare gli è caro solo per il certo tenore di vita che gli consente. Ragioni esplicitate piuttosto bene nella lunga e tribolata intervista ai tipi dell’Hollywood Reporter (e riprese in parte nella sintesi fatta da Silvia Schirinzi per Rivista Studio). Una di quelle interviste-confessione della quale, tra gli altri, incuriosisce il modo in cui parlando della sua vita da direttore creativo di moda Ford si esprima sempre e solo coniugando i verbi al passato.

Come se l’azienda che fattura più di un miliardo di dollari l’anno e che porta il suo nome quasi non esistesse. Come se il suo successo fosse stato frutto di un sacrificio e di un dolore tali da volerne eliminare ogni scoria dal racconto di un presente che ancora ne porta le tracce, o come di uno che si trova a raccontare di un qualche talento che gli è toccato in sorte e di cui però ha smesso da un pezzo di vederne il bagliore. Come se stessimo ascoltando su un nastro registrato la storia di uno stilista qualunque, uno dei tanti a godere della buona sorte applicata al proprio talento creativo. Di uno stilista per caso, insomma. E non di Tom Ford.