Pop art che non lo era

Calvin Klein Campaign: American Classics. Photographed by Willy Vanderperre, Styled by Olivier Rizzo.

Il 22 febbraio 1987, a Manhattan, in seguito alle complicazioni di un intervento chirurgico alla cistifellea, sotto gli occhi del mondo, moriva Andy Warhol. Trent’anni più tardi, una riuscita campagna pubblicitaria è ancora lì a dimostrarci che dal maestro della pop art la moda non si è ancora del tutto emancipata.

La prima stagione di Raf Simons (ex Dior) al timone di Calvin Klein è infatti un tributo schietto al talento visionario dell’artista americano. Le immagini che accompagnano l’uscita nei negozi della collezione Primavera Estate 2017 mostrano infatti uomini e donne posare in situazioni differenti davanti ad alcune tra le più importanti serigrafie di Andy Warhol.

Ma Simons non è che l’ultimo in ordine di tempo a concedersi un tributo del genere. Basta voltare lo sguardo di qualche decennio per accorgersi in effetti di quanto Andy Warhol sia stato una fonte inesauribile di ispirazione per più di una generazione di designer di moda. Una specie di pozzo di San Patrizio per gli stilisti di ogni latitudine, e di tutte le epoche. Lui che della moda fu tra i primi a riconoscerne il potere evocativo. A celebrarlo. Contribuendo forse in maniera decisiva alla creazione di un certo tratto elitario che ancora oggi – pur arrancando – la moda si porta addosso.

Prima di Raf Simons per Calvin Klein, c’era stato, infatti, de Castelbajac. Era l’Ottantaquattro, e Warhol aveva ancora il suo posto nel mondo quando l’espressione compiaciuta e un po’ sorniona della top model francese Ines de la Fressange accompagnava in passerella l’uscita dell’abito “Campbell Soup”. Fra tutti, forse il manifesto di questa sudditanza della moda nei confronti di Andy Warhol e della pop art più in generale.

La collezione Moschino PE14, firmata Jeremy Scott,
è l’esempio inequivocabile di questo rapporto incestuoso tra moda e pop art.

Una specie di complesso di Edipodi Elettra
messi insieme e sublimati
in una collezione di abiti e accessori

Influenza alla quale non è stata risparmiata neanche Miuccia Prada. La sua collezione Primavera Estate 2014 porta infatti addosso le tracce evidenti di un percorso artistico che non è immune al filone culturale della pop art. C’è, in quegli abiti, lo stigma di una warholizzazione consapevole e matura.

Tre anni fa, poi, ce lo ha ricordato pure Jeremy Scottforse il più simile, tra gli stilisti contemporanei, alla figura di Andy Warhol – in che misura la moda ambisca a essere la legittima discendente di quella corrente artistica che suggestionò il mondo a metà degli anni Sessanta. La collezione Moschino Primavera Estate 2014 firmata Jeremy Scott – quella, per capirci, con le modelle vestite da impiegate del McDonald’s o dal personaggio dei cartoon SpongeBob – è l’esempio più recente e spudorato di questo rapporto incestuoso moda – pop art. Una specie di complesso di Edipo e di Elettra messi insieme e sublimati in una collezione di abiti e accessori.

Per non parlare di Karl Lagerfeld, uno che dalla sua ha se non altro l’attenuante, se così si può dire, di aver vissuto quagli anni non solo in prima persona, ma anche a stretto contatto con Andy Warhol medesimo. La sfilata Chanel FW15 in un Grand Palais trasformato da Lagerfeld per l’occasione in un maxi centro commerciale non è dunque che il risultato di questa citazione continua, di questo omaggio perpetuo tributato a Warhol. Ma è anche, allo stesso tempo, la dimostrazione inequivocabile della seria e preoccupante difficoltà della moda ad andare oltre.

Oltre qualcosa che vorrebbe essere, ma che non è.