Niente specchi per Comme des Garçons

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Sulla testa di migliaia di stilisti e designer e semplici creativi prestati al mondo della moda, si è abbattuta da qualche decennio la peggiore delle maledizioni possibili: il talento di qualcun altro. E a farla davvero la peggiore possibile, c’è che questo qualcuno, di crepare, non ne vuole affatto sapere.

Dopotutto, da che esiste, il mondo funziona più o meno in questo modo: c’è l’arte, c’è qualcuno che ce l’ha nel destino, e poi c’è tutto un universo di individui più o meno dotati che spende la propria esistenza nella ricerca – spesso inutile – di emanciparsi dal peso del talento di chi l’ha preceduto. Nel caso della moda, questa maledizione ha le sembianze di una donna minuta, elegantissima e quasi eterea nel nero immancabile delle sue rare apparizioni pubbliche, che risponde al nome di Rei Kawakubo. O, se preferite, di madame Comme des Garçons.

Come ci sia arrivata questa signora al vertice della moda mondiale, è storia lunga e affascinante che però non è raccontata qui. Se non attraverso un aspetto di questo come, apparentemente insignificante, eppure del tutto centrale: le sue campagne pubblicitarie.

It’s true to say that I ‘design’ the company,
not just the clothes.
Creation does not end with the clothes.

It’s true to say that I ‘design’ the company, not just the clothes. Creation does not end with the clothes ha spiegato una volta Rei Kawakubo a un’altra signora della moda, la giornalista Suzy Menkes, in una delle poche (tre? quattro?) interviste concesse negli oltre cinquant’anni di carriera. Una dichiarazione che offre l’idea del talento creativo che abita questa donnina. E che fa il paio con un’altra citazione che accompagna la trovata che è forse più d’ogni altra il manifesto di tutta una carriera e insieme la risposta a quella domanda ricorrente: come ci è arrivata, questa settantacinquenne giapponese, in cima al mondo della moda? Risposta: con frasi come questa: “Bisognerebbe comprare i vestiti per come ti fanno sentire, non per come ti fanno apparire”. Non basta? E allora forse aiuterà sapere che a beccarsi questa massima fu il primo che in occasione dell’apertura della sua prima boutique parigina osò chiederle come mai, in quel negozio, non ci fossero specchi. (Adesso rileggete quella frase. La risposta giusta è: per i nostri abiti non servono specchi).

Con basi del genere, chiaro allora che anche il modo di raccontare una collezione, nel tempo, sia diventato una specie di estensione di quel talento visionario lì, che nasce con gli abiti e si declina in tutti i modi possibili. Tutto, in Comme des Garçon, parla di un’idea di estetica che non poggia su canoni tradizionali. Ogni cosa, con Rei Kawakubo, sembra essere concepita per un’esperienza che non è solo quella del vestire. O, almeno, non vestire nel modo che conosciamo noialtri.

Perché in un mondo dove i vestiti non vestono e gli specchi non solo non specchiano, ma nemmeno servono, per forza poi le campagne pubblicitarie sembrano fare tutto, fuorché promuovere. Eppure lo fanno. In un modo tutto loro, ma lo fanno. Offrendoci perfino la percezione di essere già parte di una élite che non ha bisogno dell’approvazione altrui per sentirsi a proprio agio. Un club altamente esclusivo, dove il senso di appartenenza è offerto dal solo pensare di poter scegliere un brand così. E dove gli specchi potrebbero pure non esistere.