Gli anni in cui soffrire dovrebbe essere vietato dalla legge

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Ci sono anni “in cui soffrire dovrebbe essere vietato dalla legge”, lascia scivolare Nadia Terranova tra gli incisi di questo pezzo sulla (sua) paura di avere figli. Un pensiero garbato e diretto, come un po’ tutta la scrittura di questa autrice, che si serve dell’assurdo per spiegare in un colpo solo tutta l’irragionevolezza che fodera da sempre il legame tra dolore e infanzia; rispetto al quale non occorre essere in grado di indagare con precisione anche gli interstizi più sottili di questo rapporto, come la scrittrice siciliana ha invece dimostrato di saper fare, per riconoscere quanta verità ci sia raccolta dentro. O il modo in cui, pur assumendo forme sempre differenti, resti invariato l’illogico principio che lo regola.

Vietato dalla legge”, infatti, in quell’età lì, più che la sofferenza in sé, dovrebbe essere il carico di verità che la rottura del vetro di protezione dalle cose irregolari dell’esistenza si porta appresso, e che la vita obbliga poi a sopportare tutto in una volta, per sempre. Chiamandoci così a uno sforzo rispetto al quale, specie nella distrazione del tempo dell’infanzia più fertile, nessuno sarà mai equipaggiato abbastanza.

Sono gli anni della formazione del basamento roccioso della memoria, quelli. Le stagioni della definizione del filtro attraverso cui osserveremo lo scorrere del mondo; le notti della regolazione dell’intensità della luce da cui dipenderà il numero di dettagli che in futuro sapremo cogliere, ma anche i pomeriggi della scelta della temperatura da cui ci lasceremo stiepidire tutte le volte che ne sentiremo l’esigenza. Immaginarsi in un’età così, coi parametri tutti sbagliati, come un piccolo magnete nuovo e già inservibile, dà la misura anche del tipo di profondità cui toccherà presto abituarsi. A vederlo da fuori, un vetro di quel tipo che va in frantumi produce sempre lo stesso effetto, ma dentro, la crepa, può manifestarsi in varianti infinite. E per tutto il resto di una vita. Un lutto, un incidente, una malattia, qualsiasi genere di addio: miliardi di cristalli, tutti uguali, sparsi per terra, e dentro mai lo stesso genere di vuoto.

Nessuno sarà mai equipaggiato abbastanza
per sopportare, tutto in una volta, il carico
di verità che la rottura del vetro di protezione
dalle cose irregolari dell’esistenza
si porta appresso.

E’ il tempo esatto in cui si cambia per diventare di colpo, e tutto insieme, ciò che finalmente si è destinati ad essere. E se ogni tanto lo squarcio che apre la verità lascia ferite profondissime, qualche volta agisce così a fondo da consegnarci la versione più intima ed esclusiva di noi: persone forgiate nel dolore, tra le più vicine al significato ultimo dell’esistenza. 

Qualcosa di molto complesso da dire per uno coi miei limiti, ma che mi pare di aver visto espresso in maniera cristallina in un cortometraggio di qualche anno fa. Uno di quelli che come tutte le cose belle, come l’arte più pura, a un certo punto, dal niente, è affiorato di nuovo in superficie. Si chiama “Water”, è l’ultimo pluripremiato lavoro del bravo regista Corrie Jones. Una quindicina di minuti, meno del tempo di un giro sui social, che raccontano meglio di tanti anni di catechismo di cosa siamo capaci, noi esseri umani di ogni età, davanti all’unico sentimento che nella sofferenza ci tiene in piedi. L’amore.