Nostalgia di che?

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Nostalgia. Ecco cosa. Hai voglia a cercarlo un modo diverso da questo per dire cos’è che mi piglia in certi momenti. E guarda che ogni tanto ci provo a vedere se in giro ce n’è uno simile, uno che suoni meno polveroso, meno ambiguo e pure un po’ meno cagone di questo qui che ho scelto: nostalgia. Però, guarda caso, finisce sempre che non lo trovo.

Nostalgia di che, poi? Boh! Forse, anche qui, la via più semplice sarebbe dire “di un tempo”. Ma che vuol dire “un tempo”, poi, io mica lo so. Tutto, un tempo? O un pezzo, di tempo? E se è un pezzo, allora, da quando a quando? No, ma infatti non è un tempo, tempo. Non inteso almeno da un punto A a un punto B. E allora non sarà forse più giusto dire “di qualcosa che c’era in un certo tempo”? Ecco, sì, forse così va già meglio. Nostalgia di qualcosa che c’era in un certo tempo. Sì, ma adesso: qualcosa, cosa? No, questo lo so.

La discrezione della gente, intanto. Quella roba che uno quando doveva parlarti – per strada, negli uffici, ovunque – si faceva almeno due, tre domande prima di richiamare aria nei polmoni e dirti qualcosa. E una di queste domande era sempre: ma devo proprio? E, se proprio doveva, almeno ti scomodava con un lei. Ecco, questa della discrezione è una cosa per cui sento un sacco di nostalgia. L’altra cosa è il cappello. Ho nostalgia di quando la gente se ne andava in giro col cappello. Hai presente la storia del “chi parla male, pensa male e vive male“, ecco, io ci credo. E la applico un po’ a casaccio tanto ci credo. Pure al modo di vestire. Pure al cappello. Che poi nella mia testa è solo il simbolo dell’ultima bava di ragno che ci teneva ancora aggrappati a un certo buon gusto collettivo; prima del tracollo definitivo nella sciatteria e nella barbarie estetica. Ascolta, non inizio che se inizio veramente con ‘sta storia della nostralgia poi mica smetto.

Il cappello è il simbolo
dell’ultima bava di ragno
che ci teneva ancora aggrappati
a un certo buon gusto collettivo

Sì ma io lo so adesso cosa vuoi sapere. Vuoi sapere perché sto a parlarti di tutto questo? Te lo dico subito il perché. Perché ieri sera, mentre andava in onda la prima puntata della non-so-quale-edizione del Festivàl della canzone italiana, dall’altra parte dell’oceano, un’azienda privata (privata!) stava lanciando nello spazio un missile. E poco dopo, a decine di migliaia di chilometri di distanza, perpendicolare alle teste di Riccardo Fogli e Roby Facchinetti, una macchina fluttuava nello spazio. Oh, hai capito? Una macchina. Nello spazio! E su una delle schede interne di quella macchina sparata lì su, uno – io non lo so chi, uno – ci ha fatto scrivere “Made on Earth by humans“. Hai capito o no? Humans. Pure io. Pure tu!

Adesso hai capito perché ti parlavo della nostalgia un attimo fa? No? Allora te lo spiego bene. Perché in quel momento lì, vedendo quella macchina nello spazio, e Roby Facchinetti alla televisione, mi sono sentito proprio uno stronzo.