Solo vita che scorre

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Le insicurezze che ci tormentano come popolo hanno radici e dignità profonde. Anche quando non evidenti. E ne basta il sospetto, perché i fatti che le generano non meritino indifferenza. Di fronte però all’affanno riservato di recente agli avvitamenti della nostra politica, sarebbe forse utile tornare a un’analisi della realtà più onesta. Perfino più lucida. Sicuramente più sana.

Se hanno infatti un merito le convulsioni di leader e partiti cui assistiamo dal 5 marzo, e quel merito ce l’hanno, è quello di averci offerto l’ennesima opportunità per riflettere sul privilegio di vivere in una fetta di mondo tutto sommato sicura. In un microcosmo che si nutre al riparo dalle angosce e dai tormenti patiti da miliardi di individui come noi. Cresciuti su porzioni di Terra identiche, e per giunta poco distanti dalle nostre.

Di là barbari travestiti da militari innaffiano di armi chimiche case e scuole, di qua avvocati perbene riversano odio in pillole di pochi megabyte per l’ultimo campionato vinto dalla Juve. Di là degli agenti cacciano da un bar uomini di colore senza motivo, di qua capipopolo incrociano le braccia, puntano i piedi e voltano il capo per un accordo su un ex ministro di 82 anni.

Come non trovare tutto questo, se non ingiusto,
almeno un poco ingrato?

S’è già detto: ogni inquietudine ha la sua giustificazione. E ogni popolo ha il diritto di pensare un po’ anche agli affari suoi. Ma a furia di rinunciare allo sforzo di trovare un equilibrio tra fatti e contesto, tra quadro e cornice, si finisce alla lunga per macchiarsi di quella colpa, grave, che accomuna i popoli dei paesi più viziati: l’egoismo. Con l’aggravante, nel nostro caso, di non avere nemmeno un’economia buona per giustificarla.

Sempre ammesso che se ne senta l’esigenza, ognuno fa i conti come sa coi propri livelli di inquietudine dovuti a quanto gli succede attorno. Per quanto riguarda me, mi affido al solo modo che ancora mi pare adeguato. Lasciando cioè che siano gli altri, di solito artisti, a lavorare per conto mio.

Il grazie, stavolta, lo devo per esempio al bravo regista francese Gioacchino PetronicceIl motivo è semplice: in quasi tutti i lavori di questo realizzatore, sequenza dopo sequenza mi è parso di vederci dentro il formarsi di quel passo indietro che serve a ricondurre ogni cosa al proprio legittimo contesto. A far stare tutto nella cornice che merita. Dentro queste piccole testimonianze, questi estratti di vita che scorre, è distillato io credo l’antidoto, in dosi sempre differenti, a una buona parte delle nostre insicurezze. E alle colpe, spesso imperdonabili, che ne derivano.