Abraham Poincheval: l’impresa prodigiosa di un cavaliere come tanti

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Negli istanti in cui Didier Deschamps offriva alla Francia il suo secondo titolo mondiale, e ai francesi la riscoperta di un pianto di gioia, in un angolo della Bretagna, alla giusta distanza dai riflettori del mondo, compresi quelli sporadici di certe sporadiche strade di campagna, un altro francese, Abraham Poincheval, giocava e vinceva la sua partita col resto dell’umanità.

Con indosso un’armatura medievale del Quattordicesimo secolo, questo quarantacinquenne artista marsigliese ha abitato per due settimane la pelle scomoda che più o meno tutti, presto o tardi, finiamo per sentirci addosso: quella del cavaliere errante, disarcionato dalla vita, in cerca del grano ultimo dell’esistenza terrena.

Solo e a piedi, con trenta chili di lamiera sopra le spalle e tanti gradi a premere perpendicolari sopra la testa, Poincheval, prima di ogni altra cosa (il suo eclettismo, la sua sensibilità, e una leggerissima dose di perversione), ci mostrava, io credo, o forse ci provava soltanto, una via alternativa. Alternativa a cosa? Alla strada che stiamo seguendo. O, meglio, una destinazione diversa da quell’angolo di pressione e ansie collettive nel quale, chi più chi meno, abbiamo imparato a rannicchiarci da un po’. È la via del silenzio quella indicata da Poincheval. La via della ricerca. La via della solitudine. In altre parole, e le parole sono quelle di Proust, la via dell’esercizio intimo della fatica come antitesi all’euforia facile e ai cori da stadio. Quelli che, per addomesticare la paura, o almeno per anestetizzarla quel tanto che serve per tirare avanti, abbiamo scelto di contrapporre ai fantasmi piccoli e grandi di questo strano tempo nostro.

Quanto bastava, insomma, perché dedicassi a quest’uomo, e alla sua minuscola, prodigiosa impresa, quel poco di attenzione che potevo. L’ho fatto. Ne parlo oggi, giorno di riflessioni da sempre. Perché il gesto di questo artista col pallino delle performance arrivi dove deve arrivare. E lo faccia come può. Ma anche per il tramite sgangherato di due righe come queste. Piovute dal nulla. Senza troppo pretese. In mezzo a tante storie da niente.

E ammesso che abbia anche un suono, tutta questa faccenda del mettersi lì e scavare in prodondità, del mettersi lì e cercare, in mezzo al chiasso, tra i tanti, un senso soltanto, nella mia testa credo suonerebbe così: