Quei rumori minuti
di una vita che affonda

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La vita di Amyra Leon somiglia a un’isola. E come un’isola è immersa in un silenzio che – non saprei dirla meglio di così – si sente. Quel genere di silenzio che consiste nella rete di rumori minuti che la avvolge. Proprio come un’isola non c’è niente che la tenga su; sta in piedi da sola, come può. È quel tipo di vita che parte disgraziata, prosegue storta, e non la raddrizzi nemmeno mettendole accanto altre vite; come si fa con le uova, perché schiudano prima.

Sono esistenze che vanno così, bisogna capirlo. Fare qualcosa, in vite come quelle, può voler dire fare peggio. Davanti a storie del genere c’è solo da fermarsi e provare a capire. Al massimo, a raccontare. Sempre che ci si riesca. Perché anche quella è una questione mica da poco. Sentire i rumori di cui si compone una vita così, captare le sfumature che dall’inizio la rendono la vita che è, l’isola che è, è una faccenda parecchio complessa. Richiede dosi di sensibilità per i più fuori portata.

Poi arriva la prima che non lo sa, o che ti fa credere di non sapere, e con tutta la semplicità di questo mondo si mette lì, sceglie il linguaggio migliore, l’angolazione giusta, e riesce: la racconta. Solo allora anche tu capisci. Solo allora anche tu accedi alla genesi di una storia come quella di Amyra Leon; scorgi i confini dell’isola, i rumori che l’hanno avvolta, gli anni passati invano, le camerette sempre diverse, le mani tese, il fare peggio pur di fare qualcosa. Ma anche la delicatezza e il garbo che servono per dire tutto questo, senza il ricorso a finzioni retoriche.

La regista australiana Renee Mao dispone dell’uno e dell’altra in abbondanza. E la prova sta nei due minuti e mezzo di The Sound of Drowning, un film onirico e potente, che sublima la vita travagliata della giovane musicista/poetessa/attivista americana Amyra Leon.

Solo allora anche tu accedi
alla genesi di una storia
come quella di Amyra Leon;
scorgi i confini dell’isola, i rumori
che l’hanno avvolta, gli anni passati invano,
le camerette sempre diverse, le mani tese,
il fare peggio pur di fare qualcosa.

Due minuti e mezzo di grande potere evocativo: la trasposizione (sublime) del poema col quale Leon descrive la sua condizione di isola. Ovvero di figlia scomoda in una Harlem carica di frutti lasciati marcire sugli alberi.

E proprio da Harlem arrivano queste immagini pulite, belle e potenti che sembrano giungere da un altrove immaginario, insieme alla voce fuori campo della sua autrice e interprete. A ogni cambio sequenza gli occhi sgranano un po’, quasi fosse un comando del cuore, dovuto alla paura di non riuscire altrimenti a farci stare dentro tutta quella bellezza. Immagini che scorrono lente e leggere come la neve che ritraggono; e che servono ad accompagnare, elevandolo, il valore di un poema che già nel titolo evoca il suono della rete di rumori indistinguibili che ovatta un’isola come Amyra.
E intanto ce la avvicina un po’.